Buonascuola? «Una riforma pessima e incostituzionale che farà danni anche nel Friuli Venezia Giulia»


 

«Se c’è “qualcuno che specula sulla precarietà degli insegnanti” o alimenta una “disinformazionedannosa e grave” è proprio chi sostiene la bontà e l’innovazione della finta riforma scolastica proposta dal governo Renzi. Una riforma della scuola che non può essere decisa in un mese senza ascoltare tutti i soggetti interessati!». Il Movimento 5 Stelle del Friuli Venezia Giulia contesta duramente le parole della segretaria regionale del partito democratico Antonella Grim che ha parlato di una “riforma della scuola che non prevede tagli, ma enormi investimenti: 4 miliardi all’anno, Friuli Venezia Giulia compreso. Oltre a un piano di stabilizzazione degli insegnanti che non ha precedenti”.

 

«Purtroppo la realtà è tragicamente un’altra, a iniziare dalle assunzioni che non saranno né 150 mila come previsto inizialmente dal governo né tanto meno poco più di 100 mila come annunciato dalla Grim. Il dato sarà molto inferiore perché bisogna considerare il “turn over” dei pensionamenti. Inoltre le graduatorie ad esaurimento non saranno svuotate completamente. Anzi molti docenti di queste graduatorie resteranno fuori: parliamo di oltre 70 mila persone delle seconde e terze fasce d’istituto».

 

«Dal nostro punto di vista questa riforma è anche incostituzionale poiché affida enormi poteri ai dirigenti sulla scelta dei docenti, che solitamente nel settore pubblico entrano per concorso a titoli o a esami, mentre ora saranno assunti a chiamata diretta, pescati dagli albi territoriali. Si assisterà quindi allostravolgimento dello status giuridico dei docenti che d’ora in poi vivranno una perenne precarietà esistenziale e professionale: saranno obbligati alla mobilità, alla riconferma ogni tre anni da parte del dirigente e a mettere “in vetrina” il proprio curriculum professionale, per rendersi il più possibile appetibili sul mercato».

«La parola d’ordine non sarà più “cultura” ma “competizione”. Anche tra gli studenti: si parla infatti di valorizzare i più meritevoli (tutti dovranno avere il curriculum on line) ma non si fa cenno al sostegno, al recupero e alla valorizzazione dei talenti degli studenti più svantaggiati. Una scuola che si professa inclusiva dovrebbe partire, invece, dai più deboli, dando loro la possibilità di inserirsi a pieno titolo nella società futura, cogliendo e sviluppando i talenti di tutti gli allievi, disincentivando la competizione tra studenti della scuola dell’obbligo ma, al contrario, favorendo l’aiuto reciproco e la solidarietà».

 

«Uno dei passaggi deteriori di questa riforma sta nell’art 12 dove si prevede che coloro i quali abbiano lavorato 36 mesi potenzialmente poi possano anche andare a casa. Questo non perché lo chieda l’Europa, che ha chiesto – sì – all’Italia di risolvere il problema del precariato, ma non certo di eliminare i precari assumendone degli altri, creando di fatto un nuovo modello di precarizzazioneIl PD di Renzi sta distruggendo l’istruzione pubblica e lo sta facendo subdolamente e in tutta fretta, sotto il ricatto delle assunzioni dei precari. Così come ha distrutto lo statuto dei lavoratori, sotto il ricatto della flessibilità e della maggiore occupabilità. È un’ideologia iper-liberista fallimentare: non è facendo carta straccia dei diritti dei lavoratori che si crea occupazione, non è privatizzando la scuola che si otterranno alunni più preparati, migliori risultati nei test internazionali, un tasso minore di dispersione scolastica».

 

«Ci chiediamo infine se questa riforma fosse prevista nel programma del PD. Si tratta infatti di una riforma palesemente raffazzonata, creata da un mix di vecchie riforme scolastiche del centrodestra e del centrosinistra, dalle quali si è riusciti a prendere il peggio del peggio. Con la solita tecnica degli slogan si è usato il nome di un documento stilato e proposto dai docenti alcuni anni fa: “La buona scuola” era sicuramente buona in quel documento, adesso è pessima e, come la maggior parte delle riforme di questo governo nazionale (ma anche regionale) tutt’altro che condivisa».